La scoperta di un nuovo approccio alla ricerca. Note fuori campo.


Qui alcune note maturate dopo le storie di pesca nate, invece, seguendo l'istinto. E' la storia della scoperta di un nuovo modo di fare ricerca che passa attraverso "l'arte dell'incontro", parafrasando Vinicio de Moraes.

Raccontare un percorso inverso nasconde mille insidie ma è quello proverò a fare. Ho sperimentato direttamente sul campo, senza avere chiaro a monte un disegno di ricerca né, tantomeno, avevo alcuna cognizione del metodo implementato. Video-interviste il mio materiale di partenza, che sono poi diventate le storie che ho già raccontato in Ondeia. Già, ma cosa avevo fatto? Intendo da un punto di vista metodologico, semmai ne avessi seguito uno. Il passaggio dalle une alle altre, che ho provato a codificare poi come metodo di ricerca, è parte di un contributo (in progress) che prova a rispondere alla domanda che mi sono posta dopo la pubblicazione del libro. Ovvero, cosa avessi realizzato.
Consapevole della non accuratezza della ricerca bibliografica di riferimento, dovuta anche al mio essere neofita in questo campo, proverò comunque a definire i passaggi che hanno caratterizzato la mia ricerca empirica. Come ricercatrice in ambito economico-agrario con particolare interesse volto allo sviluppo rurale, la mia modalità di interazione con gli intervistati è sempre stata quella del questionario a risposta chiusa. Quindi un tempo limitato a disposizione, con la sola preoccupazione di fare quante più interviste possibili.
Quel giorno di luglio, invece, con una fotocamera in mano mi sono avvicinata a un pescatore sulla spiaggia, intento a lavorare la sua rete. E'ancora vivido il ricordo.
Mi presento e illustro brevemente le possibilità legate a quell'incontro, di un futuro progetto forse ma non ne ho certezza. Chiedo se posso fare qualche domanda e se posso usare la fotocamera. Acconsente. In realtà non so bene cosa chiederò, mi lascio ispirare. Comincia la nostra chiacchierata, intervallata da pause, ricordi e sorrisi. Le domande vengono un po’ spontaneamente, mi serviranno poi da traccia per le interviste successive, tutte diverse per i tempi che hanno richiesto, per il ritmo stesso di ciascuna di esse. L’ordine delle domande non è sempre lo stesso. E sebbene avessi più volte pensato di stilare una scaletta, nei fatti ci ho rinunciato sia perché avevo in mano la fotocamera e poi avevo la sensazione che potesse “distrarre” da una sorta di “intimità” e empatia che sentivo esserci in quelle chiacchierate.
La scrittura delle storie che ho ricavato dal mio “bottino di campo” ha visto la luce qualche anno dopo.
Con la dovuta cautela mi limiterò a definire l’approccio utilizzato, di intervista in stile narrativo, ritrovando nelle parole di Cortese (2002) una certa corrispondenza su quanto è stato alla base degli incontri con i pescatori, ovvero di una “modalità di scambio dialogico". 
A voler esprimere al meglio quali considerazioni sono nate dopo la prima video intervista e che mi hanno portato alla scelta di volerne realizzare altre, prendo in prestito le parole di Atkinson (2001) che si riferiscono alle sue sensazioni emerse dopo un’intervista a un custode di antiche tradizioni: "[...] è importante, quando si cercano di comprendere le esperienze di vita altre persone o le relazioni di essi con altri, lasciare che le loro voci siano ascoltate, lasciare prima che parlino loro di e per se stessi". In una parola, mi verrebbe da dire: rapporto interumano!
La mia personale esperienza mi porta a dire che da quelle interviste è nato un “legame”, per il quale si sono fidati e affidati a me senza avermi mai vista prima. Le domande a volte erano dettate dai loro sguardi che spesso puntavano al mare, dal loro fare sapiente e disinvolto con le reti, dai sorrisi profusi per qualcosa che li aveva fatti viaggiare indietro con la memoria. In questo senso, alcune domande sono diventate ricorrenti. Ho rispettato i tempi che ogni volta reciprocamente ci siamo concessi, tempi non di certo scanditi dalle lancette di un orologio. Oso dire un tempo interno per cui senti quando è il momento di fermarsi, quello di ognuno di loro ma anche il mio (Palladino, 2017). Rafforzando il concetto, sono sempre certa più dell'importanza di entrare umanamente in contatto con l'altro, anche quando l'incontro avviene nel contesto di un'indagine scientifica (Palladino, 2020), avvicinandosi con interesse, con quel tocco umano che apre porte e cuori. Come ricercatrice ho assunto una posizione che nella letteratura è definita  empatica (Fontana e Frey, 2004; Fontana e Prokos, 2007, Carnicelli-Filho, 2013), che mi ha portato a “incontrare” le persone e non a programmare un’intervista a calendario con orario e luogo prestabiliti. Da questo punto di vista, ho scelto di andare a trovarli dove ho intuito, fin da subito, essere il posto dove si sentivano a proprio agio, ovvero sulla spiaggia con le mani tra le reti. 
La fotocamera si è rivelata per nulla intrusiva, sebbene abbia chiesto prima se potessi usarla. Come autodidatta ed esploratrice alle prime armi, il consenso informato l’ho chiesto solo tempo dopo, quando ho deciso che avrei pubblicato i contenuti di quelle interviste. Una copia del libro per ognuno di loro e consegnata a mano è stato il mio omaggio e personale ringraziamento per il tempo a me dedicato e per quella scoperta inconsapevole. La scelta di farne una pubblicazione, scritta e digitale, potrei sintetizzarla nella definizione data da Sara Pink (2006) sui metodi visuali: "L'uso di immagini e di tecnologie quali video, film, fotografia, arte, pittura e scultura nella scienza sociale qualitativa per produrre e rappresentare conoscenza […] ”. Una conoscenza prima di tutto orale e poi scritta, derivata quest’ultima dalla trasformazione del materiale di partenza in una forma molto vicina alla life history (Ojemark, 2009) per il fatto di “caratterizzarsi come racconto in terza persona, in cui il ricercatore presenta l’esperienza di un singolo individuo utilizzando le proprie parole” (Cortese, 2002). Il passaggio dall'intervista alla storia, passando per l’interpretazione è stato realizzato ascoltando, riascoltando e rivedendo più volte ciascuna di esse, prendendo note su vari aspetti, come espressioni usate dagli intervistati che hanno generato in me osservazioni e riflessioni anche di carattere personale, dando luogo in alcuni momenti a una forma di scrittura auto etnografica (Ellis, 2004). Nel processo di elaborazione delle interviste non ho trascritto letteralmente il testo, come un’intervista narrativa richiederebbe, a parte dove ho usato le parole e le espressioni degli intervistati nel corso della narrazione.
La scelta di supportare il testo con il video nasce dalla considerazione che le riflessioni personali maturate nella elaborazione e interpretazione nel testo scritto possano offrire rispetto al video e alle immagini, una lettura e un’informazione diverse sia per l’interpretazione che per il flusso di pensieri e emozioni che sono nate durante l’incontro e anche dopo, rivedendo e riascoltando l’intervista stessa. È questo insieme di aspetti che ha fatto nascere poi le storie. La sfida poi è fare sì che la narrazione, così come la stessa intervista, a loro volta, diventino evocative di altre immagini. Ma questo, solo il lettore potrà dirlo. Tale combinazione ha reso altresì la rilettura dell’esperienza di quell'incontro ancora più immersiva, portando l’attenzione a focalizzarmi sulle implicazioni pratiche dell’approccio che, come ricercatrice nel campo dell’economia agraria e dello sviluppo rurale, intendo proporre.


Ho scoperto soltanto dopo qualche tempo che quel modo di fare ricerca è molto vicina alla ricerca etnografica ma è un mondo che ho appena cominciato ad esplorare. Nel 2019 ho seguito un corso di Etnografia alla Università Sapienza di Roma e la foto l’ho scattata il primo giorno di lezione.





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