Andare per storie: un nome nuovo per un approccio nuovo?

    Alba a Bangkok (Novembre 2018). 

Riflettevo su un aspetto che forse, fino ad oggi, non avevo considerato. Non so quanti di voi abbiano dimestichezza con la scrittura di un articolo da destinare a una rivista scientifica, però di solito la struttura dello stesso prevede quasi sempre l'organizzazione in sezioni che dovrebbe servire da guida al lettore. Ovvero: un’introduzione, una sezione su materiali e metodi, una sui risultati, una discussione di questi ultimi e infine, delle conclusioni. Possono esserci alcune variazioni, ma in generale è uno schema che si rispetta sempre.

Bene. Fin dalla prima stesura del mio articolo sulle storie, il capitolo metodologico si intitolava: “ The need for rural story telling” e, a seguire, quello sui risultati: “Andare per storie” [1], traditions told”. 

Entrambi i titoli sono rimasti nel testo definitivo, motivo per cui sento di essere grata alla rivista che, evidentemente, ha riconosciuto l’innovazione non solo nello stile della scrittura, ma anche nella scelta di un linguaggio diverso, creativo, per i titoli delle sezioni, non per questo meno riconoscibile o meno utile come guida al lettore "tipico" di una rivista scientifica. La strada intrapresa, mi sa, è quella giusta.

Come scritto altrove in questo blog, andareperstorie (a volte mi viene istintivo scriverlo tutto attaccato) è l’immagine della mia ricerca perché porta con sé l’idea del movimento non solo fisico ma soprattutto umano, di ricerca di un’umanità che, certamente, esiste. Una certezza che tiene viva una speranza. Per questo motivo le storie che racconto, a volte, sono puro calore e condivisione di una esperienza. Prendo in prestito un’immagine che mi ha regalato Mimma quando dice: 

In ogni caso sei bravissima a "ricercare" voci inascoltate, sentimenti condivisi ma silenti. 

Nelle sue parole ritrovo il senso dell’essere e non del fare la ricercatrice. 

Diventare poi interprete di un’istanza che sul piano pratico si può tradurre nell'uso di un approccio empatico per la definizione delle politiche di un territorio, è qualcosa che immagino come la naturale conseguenza di un interesse umano che muove e smuove, a monte. Troppo spesso, purtroppo, le politiche si calano dall'alto, senza coinvolgere le comunità, le persone che delle stesse dovrebbero beneficiare. 

Nota a margine: Di questi tempi la mia proposta sembrerebbe quasi anacronistica, tempi in cui piuttosto che accorciare le distanze dobbiamo aumentarle. Una sfida ulteriore dunque! Come ricercatori ci dovremo inventare qualcosa. Confido nella creatività degli esseri umani. 


[1] L’espressione, scoperta sul web, era una sezione di slowfood di cui mi sono innamorata subito. Non ho poi trovato più i riferimenti per poterne fare un ringraziamento.



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