Vivere la povertà alimentare al Tufello, nella città di Roma.
Un'indagine qualitativa su povertà alimentare, commissionata dall'associazione Terra! e condotta insieme a Roberto Sensi nel quartiere Tufello di Roma, dove abbiamo incontrato donne, anziani e adolescenti. Tre gruppi molto diversi, ma uniti da un filo comune, il cibo come linguaggio della vita quotidiana, come specchio delle relazioni, delle emozioni e delle disuguaglianze. Abbiamo lavorato a partire da un approccio multidimensionale: la povertà alimentare non è solo una questione di mancanza di risorse materiali, ma interessa relazioni, dignità, tempo, autonomia, libertà di scelta.
Le donne: tra cura, fatica e
dignità
Nel gruppo delle donne, il cibo è emerso come un tema carico di significati emotivi, identitari e sociali. Per loro mangiare o cucinare non è solo un atto pratico, ma un modo di prendersi cura, di esprimere amore e appartenenza.
“Sabato e domenica mi piace fare una cosa bella per i miei figli”, racconta una partecipante.
Il cibo, insomma, come gesto d’amore quotidiano.
Ma accanto a questa dimensione di affetto, emerge anche la fatica invisibile: il lavoro alimentare domestico — fare la spesa, pianificare, cucinare — grava quasi sempre sulle spalle delle donne. “Se non le faccio io, non le fa nessuno”, dice una di loro.
È un lavoro continuo, che richiede tempo, energia e spesso sacrificio personale, ma che raramente riceve riconoscimento.
C’è poi la questione economica: molte parlano di strategie quotidiane di sopravvivenza, come rincorrere offerte, ridurre la varietà dei cibi o scegliere prodotti meno salutari ma più accessibili. “Mangiare bene costa”, sintetizza una donna.
Eppure, dietro queste strategie si nasconde sempre un desiderio di dignità: fare il meglio possibile con quello che si ha. Ma emerge anche la vergogna legata all’aiuto alimentare. “Mi vergognavo… sono giovane, devo andare a chiedere la roba?”, confessa una partecipante. È una frase che colpisce perché racconta il peso psicologico del ricevere aiuto: la gratitudine si mescola al disagio e alla paura del giudizio. Si tratta di un sostegno, pur prezioso, ma che non è privo di ambivalenze: “Volevo evitare di andare in chiesa… mettere mio figlio in difficoltà.” La vergogna non riguarda solo sé stesse, ma anche lo sguardo degli altri, l’esposizione dei figli, il timore di essere giudicate.
E infine, le donne ci parlano della convivialità che si perde. Il pasto insieme, un tempo occasione di incontro, oggi spesso manca: per mancanza di tempo, di risorse, o di serenità. “Io la sera voglio vederli tutti intorno a me… se loro sono contenti, sono contenta” — un desiderio semplice, ma profondamente umano.
Gli anziani: tra memoria,
solitudine e resistenza
Nel gruppo degli anziani, il cibo diventa memoria, radice, identità.
“Mangiare bene...”, dicono, “...è sopravvivere con dignità”.
Ci hanno raccontato della difficoltà di seguire diete prescritte per motivi di salute “vorrei mangiare verdura, ma non posso permettermelo” oppure di raggiungere negozi e mercati lontani, per via di problemi di mobilità o di trasporto.
La distanza fisica diventa una nuova forma di esclusione.
Ma il vero tema che attraversa tutte le voci è la solitudine.
“Mangiare da soli”, racconta una signora, “è un’ulteriore fonte di depressione.”
Il bisogno non è solo nutrizionale, ma relazionale: manca qualcuno con cui sedersi a tavola, qualcuno con cui condividere quel gesto quotidiano che dà senso alla giornata.
Un partecipante dice: "Quando si è soli, passa la voglia di mangiare". E un'altra aggiunge: “Magari mangiare qualcosa insieme… fare due chiacchiere.”
Una richiesta semplice, ma che racchiude l'esigenza più profonda di appartenenza. Nonostante questo, gli anziani mostrano una grande capacità di adattamento.
Cercano, allo stesso tempo, di mantenere autonomia e decoro anche con risorse limitate.
“Non so rompere un uovo, ma la buona volontà ce la metto”, dice un uomo.
C’è una voglia di continuare a imparare, a fare da sé, a non dipendere completamente dagli altri.
Gli adolescenti: tra autonomia,
desideri e vincoli
Il gruppo degli adolescenti ci ha mostrato una prospettiva completamente diversa, ma altrettanto interessante. Per loro, il cibo è autonomia che si conquista.
“Mi piace cucinare perché mi sento più indipendente”, dice un ragazzo.
Cucinare diventa un modo per crescere, per definire sé stessi, per prendersi cura degli altri.
Raccontano di aver iniziato a preparare qualcosa da mangiare quando i genitori erano assenti o stanchi: “Gli spaghetti in bianco… il primo piatto che ho cucinato quando mia madre era in ospedale.”
Ma questa autonomia è spesso limitata dalle risorse familiari.
“Io voglio quella cosa ma… so che mio padre dice di no, quindi non glielo chiedo.”
Sono parole che rivelano una consapevolezza precoce delle difficoltà economiche, e un senso di rinuncia silenziosa. Il tema della consapevolezza rappresenta un filo rosso già messo in evidenza dalle precedenti ricerche su adolescenti e povertà alimentare.
Il cibo, per gli adolescenti, è anche identità culturale e sociale.
È legato ai gruppi di amici, alle mode, ai social network, ai modelli di consumo digitali.
Eppure, dentro queste nuove forme di socialità, emergono anche valori forti: attenzione alla sostenibilità, al riciclo, all’uso di app come Too Good To Go, come segni di una generazione che vuole fare la propria parte, pur tra limiti e contraddizioni.
Temi trasversali: ciò che unisce le
differenze
Ascoltando le voci di donne, anziani, adolescenti, emergono alcuni temi comuni, che attraversano età e condizioni di vita.
Il primo è l’intreccio tra materiale e non materiale.
La povertà alimentare non è solo mancanza di soldi o di cibo, ma anche perdita di significato, di relazioni, di possibilità di scegliere.
Mangiare bene significa anche poter decidere, poter condividere, sentirsi riconosciuti.
Il secondo è la
solitudine.
Mangiare da soli riduce il piacere e il senso del pasto. Per tutti, la povertà alimentare è anche povertà di legami.
Il terzo è la dignità.
Ricevere aiuto non è facile: comporta vergogna, pudore, ma anche gratitudine.
Le persone chiedono non solo cibo, ma rispetto, possibilità di scelta, libertà di decidere come vivere quel gesto quotidiano.
Il quarto tema è quello delle strategie di adattamento.
Di fronte alla scarsità, le persone provano ad adattarsi: riducono le porzioni, semplificano i pasti, guardano le offerte sempre e usano le app attraverso cui capita di rimediare una cena spendendo 5 euro. Sono pratiche di sopravvivenza, ma anche testimonianze di chi resiste, che però di fatto ha un costo emotivo, che non possiamo non ricordare.
E infine, il quinto tema è la dimensione identitaria del cibo.
Le ricette, i gesti, i sapori raccontano chi siamo. Perdere la possibilità di cucinare (come succede soprattutto agli anziani), di tramandare, di condividere significa perdere un pezzo della propria storia.
La riflessione che vien da fare è che la dimensione politica
non può limitarsi a “fornire cibo”: è necessario riconoscere che le politiche
alimentari sono politiche sociali, identitarie, di cittadinanza. Ciò significa
che lo Stato (a tutti i livelli: nazionale, regionale, locale) deve prendersi
cura non solo del “quantitativo”, ovvero del sostegno alimentare, ma anche
della qualità del contesto in cui le persone vivono quel sostegno e che
riguarda la socialità, la partecipazione, e soprattutto la scelta.


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